Il titolo è in inglese, ma questo (breve) post no.

Recentemente ho partecipato ad una conferenza di presentazione della versione aggiornata (pubblicazione giugno 2017) del rapporto “L’economia del Piemonte”, parte della serie “Economie regionali” pubblicata dalla Banca d’Italia (sintesi e download del report qui: https://www.bancaditalia.it/media/notizia/presentazione-del-rapporto-annuale-sul-2016-l-economia-del-piemonte).

Ad una lettura superficiale, il rapporto fornisce a chi vive sul territorio segnali positivi, ma la parte più interessante della presentazione sono stati i relatori che sono partiti dal rapporto per evidenziare alcuni aspetti di più ampio respiro.

Il report non è molto lungo (50 pagine più tavole statistiche), e lo trovate anche online.

Francamente, se siete basati in Piemonte, o interessati all’andamento dell’economia del territorio, vale la pena leggerlo una prima volta, pensarci su, e fare un secondo giro.

Come detto sopra: una lettura superficiale fornisce abbondante materiale per una pratica in cui noi italiani non abbiamo pari- il campanilismo.

Cosa trovereste in questo caso? Una sfilza di valutazioni comparative sia rispetto al cluster in cui per caratteristiche strutturali il Piemonte viene considerato, sia rispetto all’Italia nel suo complesso- e quasi tutte positive.

Ma una prima lettura attenta o una seconda lettura evidenzierebbero le dolenti note.

Innanzitutto, le statistiche di fonte Europea, in cui il Piemonte viene comparato non con le altre regioni italiane, ma con altre regioni europee, non ci vedono andar così bene.

D’altronde, mi sapete dire quante altre regioni italiane avessero un peso così rilevante dell’indotto automobilistico, diciamo negli anni Ottanta?

E se la comparazione si estende da inizio anni Duemila, si vede che sarà pur vero che il Piemonte ha dato segni di miglioramento rispetto ad altre regioni italiane, ed in alcuni casi rispetto al Paese nel suo complesso, ma l’andamento del PIL pro-capite presentato alla conferenza mostra una crescente divergenza (in negativo) tra il Piemonte e altre regioni nell’Unione Europea.

A titolo di esempio: si passa da un 125% della media europea nel 2003, al 100% nel 2015, ma con trend dei due anni precedenti negativo.

Altro elemento, che mi ha fatto venire in mente il libro “Peoplequake” (sull’invecchiamento della popolazione a livello globale, recensioni ed esempi qui https://www.librarything.com/work/9709253/reviews/79479580): un cenno alla drammatica riduzione della natalità p.es. in Italia al di sotto del livello necessario per la sostenibilità del nostro “modello-paese”.

Se unite la forte presenza di industrie che richiedono elevati livelli di innovazione per restare competitive, a fronte di un non completo utilizzo delle opportunità offerte da “Industria 4.0”, e la prospettiva che la nostra forza lavoro perde alcune competenza (tra denatalità e “fuga dei cervelli”) il rischio è di leggere il rapporto e dire: beh, stiam meglio di altri, stiamo ripartendo, domani sarà come ieri, senza rendersi conto che serve un ripensamento del nostro modello di economia.

Digressione sulla politica industriale italiana

Chiunque mi conosca sa che trovo positive le iniziative per supportare la trasformazione delle nostre imprese per prepararle a cogliere le opportunità offerte dalla Quarta Rivoluzione Industriale.

Ma sa anche che da decenni critico quello che è uno degli altri vizi storici dell’economia italiana: la mancanza di una reale politica industriale, che non sia fatta di provvedimenti più o meno organici ma a “rabbocco annuale”.

In altri paesi si assumono rischi sulla volatilità del mercato, da noi la volatilità normativa è endemica: legger su “Il Sole 24 Ore” frequentemente articoli che descrivono “scommesse” sul fatto che questo o quell’incentivo siano rinnovati per altri dodici mesi fa venire i brividi.

Si dirà: guarda Brexit e guarda Trump (leggete questo articolo sulla normativa fiscale USA https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-05-24/tale-two-tax-plans).

Ma il primo caso è un caso di “A Tale of Two Governments that lost their minds”.

Quando ero in UK, era un sogno sapere alla fine dell’anno fiscale quali normative sarebbero state in vigore l’anno successivo (invece di spendere ore ogni settimana per i “rabbocchi normativi”).

Come pure ricevere rimborsi sul conto corrente nel giro di settimane, non mesi o anni: quante volte in Italia vi è arrivato un rimborso dell’interesse commerciale per aver pagato alcuni giorni prima della scadenza? O un rimborso IVA in 7 giorni?.

Quanto agli USA … non capita tutti i mesi, ma ogni quattro anni.

Fine digressione

Domani non sarà come ieri, anche se si creassero incentivi veri per evitare la fuga dei cervelli, o si cercasse di compensare la denatalità con incentivi all’immigrazione qualificata.

Come da decenni fanno altri paesi: purtroppo far fuggire i cervelli dai paesi in via di sviluppo per mancanza di opportunità non crea scandalo, anche se questo è una forma di neocolonialismo: le nazioni di partenza sovvenzionano il percorso formativo, i benefici li ottengono altre nazioni, un caso di “robbing Peter to pay Paul”.

Il superamento del “digital divide” (che come ricordava un articolo in questi giorni è figlio anche della bassa scolarità sino a pochi decenni fa) dovrebbe esser la base su cui costruire la digitalizzazione dell’economia.

La digitalizzazione in effetti potrebbe esser l’ideale per la nostra miriade di piccole e medie imprese che potrebbero continuare ad adattarsi ed integrarsi non solo in una filiera locale (ne restano in Italia? Poche), ma in altre filiere in cui creare valore aggiunto.

Senza svendersi alla prima azienda (ormai sempre più spesso straniera) che, percependo il valore, ma vedendo la nostra cronica incapacità di “crescita dimensionale strutturata” nelle piccole-medie imprese, fa shopping di aziende.

Perché i tanti che hanno preso in giro un’azienda straniera che ha comprato un suo fornitore da cui aveva problemi di fornitura hanno ignorato un elemento: se l’azienda fornitrice italiana fosse “zavorra”, si sarebbero cercati un fornitore diverso, non l’avrebbero comprata.

Peccato che, di nuovo, in tal modo tutto ciò che ha permesso di rendere “appetibile” l’azienda, investimenti sia diretti (dell’impresa) sia indiretti (p.es. infrastrutture, università, ecc) ha prodotto un ritorno sull’investimento verso chi non ha partecipato all’investimento.

Mica siamo condannati a farci fare la politica industriale come effetto indotto delle politiche industriali dei paesi di origine di chi compra le nostre aziende…